22 Gennaio 2026
di Andrea Campinoti
Le cooperative sociali sono tutt’altro che un’isola felice rispetto alle numerose crisi che attraversano il nostro tempo, il territorio e le comunità che abitiamo. Eppure la loro natura mutualistica, democratica e solidaristica (perseguono “l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione sociale dei cittadini”) dovrebbe consentire loro di costituirsi come avamposti di un modello sociale ed economico alternativo a quello capitalistico tout court, almeno nella declinazione neo-liberista, che ha segnato gli ultimi quarant’anni di storia e che è all’origine della policrisi attuale. Perché questo non avviene? La risposta si trova in una delle riflessioni più feconde emerse nel lungo dibattito che si è sviluppato tra la fine dell’800 e per buona parte del ‘900, sulla funzione della cooperazione all’interno di una società capitalistica: le cooperative non sono ‘avulse’ dal modello economico, sociale e politico in cui si costituiscono e operano e per tale motivo, pur avendo un codice sorgente alternativo all’ordine stabilito in un dato momento storico, finiscono gradualmente per assumere i tratti di questo.
Degenerazione ‘estrattiva’ delle scelte imprenditoriali, poca o nessuna cura – se non nei termini degli assolvimenti degli obblighi previsti dal quadro normativo – della base sociale dell’organizzazione, nessun impegno per la diffusione del cooperativismo come valore per la promozione delle libertà e delle potenzialità di tutte e tutti in campo economico e sociale, gruppi dirigenti che si autoriproducono con logiche ‘privatistiche’, sono tutte dinamiche che conosciamo e che purtroppo oggi fanno sì che le cooperative non riescano a essere ciò che dovrebbero e potrebbero essere: un veicolo concreto di speranza per un futuro possibile e diverso per tutte e tutti, soprattutto per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro.
La difficoltà a ricoprire i posti per alcune figure professionali, elevato turn over, scarso ricambio nei gruppi dirigenti - derivante anche dalla mancanza di disponibilità ad assumere incarichi di responsabilità -, nessuna percezione nei nuovi dipendenti (anche nei nuovi soci?) del ‘significato’ e del ‘valore’ di operare in una cooperativa, sono le fatiche che conseguono a questo ‘smarrimento’ della mission cooperativa, all’aver disperso il potenziale generativo del nostro codice sorgente. Nel caso della cooperazione sociale a contribuire a questo quadro concorre anche un livello retributivo modesto o modestissimo e uno spazio di mercato – legato alla pubblica amministrazione – asfittico.
E se la soluzione a queste dinamiche degenerative e a queste fatiche che oggi vivono le cooperative (e in special modo quelle sociali) fosse ripartire dai fondamenti, dal nostro codice sorgente? Se tornare a dar valore alla condivisione delle scelte imprenditoriali, curare il carattere democratico dell’organizzazione, valorizzare la partecipazione di ogni socia e socio con le proprie sensibilità, competenze e potenzialità, fosse la strada giusta, anche per far apprezzare la nostra ‘diversità’? Per chi pensa che questa sia la strada da battere – come il sottoscritto – un’ultima riflessione: non si tratta solo di formazione.
Occorre cambiare la prassi di autogoverno delle organizzazioni per innescare concretamente tale processo e in tal senso una proposta: perché non si ricomincia, laddove non si è mai fatto o lo si è fatto sporadicamente, a discutere e ad approvare nell’assemblea dei soci del bilancio preventivo (sia nella dimensione economica che di produzione di servizi per l’interesse generale della comunità) e dei programmi di sviluppo aziendale?